Quelle viti eroiche, lassù in alto, sempre più in alto

2022-06-10 19:17:13 By : Mr. Wansheng He

Sono coltivate in piccolissimi fazzoletti di terra in zone geograficamente impervie. Lanciato un grido d’allarme per il repentino cambiamento climatico.

Viticoltura “eroica”, viticoltura “estrema”, viticoltura “di frontiera”. 

Nei giorni scorsi l’Università di Padova ha lanciato un grido d’allarme partendo dalla convinzione

che nei prossimi anni il mondo dell’agricoltura e della viticoltura in particolare vivranno un cambiamento epocale. 

Lo studio sostiene che i più penalizzati da questi mutamenti saranno i paesaggi agricoli in forte pendenza,

i luoghi di agricoltura eroica e di grande valore storico culturale. 

Ce ne sono tanti, anche in Italia, basti pensare alla viticoltura “eroica” sulle colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene o alle “marogne” del Soave e della Valpolicella,

  o ancora ai vigneti “estremi” sui terrazzamenti della Valle di Cembra, della Valtellina o della Liguria nelle Cinque Terre. 

O ancora, per scendere al Sud, ai vigneti coltivati in minuscoli fazzoletti di terra strappati al mare sulle isole del Mediterraneo o agli alberelli di Pantelleria, bruciati dal sole e sferzati dal vento.

Sono i simboli di una viticoltura “eroica” che grazie alla passione e alla fatica di agricoltori coraggiosi ha regalato ai wine lover prodotti di eccellenza assoluta contribuendo altresì a tenere in vita territori a forte rischio di abbandono.

Pubblicata su “Nature Food” la ricerca coordinata dal professor Paolo Tarolli del Dipartimento di Territorio e Sistemi Agro-Forestali dell’Università di Padova, mostra quale sarà l’impatto del cambiamento climatico sulle aree agricole a forte pendenza alla fine del secolo. 

Lo studio è basato sulla proiezione delle zone climatiche attuali (1980-2016) e future (2071-2100) secondo lo scenario di concentrazione di gas serra, ovvero senza l’adozione di iniziative a favore della protezione del clima e, pertanto, con crescita delle emissioni ai ritmi attuali. 

Sono stati utilizzati dati satellitari e territoriali, analizzati tramite la piattaforma online Google Earth Engine, in modo che la metodologia possa essere replicata non solo da scienziati, ma anche dagli operatori del settore agricolo e dagli enti preposti alla gestione del territorio. I risultati fanno riflettere.

“In questo lavoro – ha spiegato il professor Paolo Tarolli – abbiamo prodotto una mappa globale ad alta risoluzione dei paesaggi agricoli collinari e di montagna,

analizzando la loro distribuzione nelle zone climatiche attuali (tropicale, arido, temperato, freddo, polare) e nelle proiezioni climatiche future.

  La nostra analisi dimostra che le aree agricole in forte pendenza sono significativamente più minacciate dal cambiamento climatico rispetto alla media della superficie agricola globale, in particolare vi sarà un’espansione di zone a clima arido, quindi di condizioni di scarsità idrica”. 

I sistemi agricoli in aree a forte pendenza, sebbene rappresentino una frazione ridotta della superficie agricola globale, sono di grande rilevanza per diversi aspetti. 

La loro importanza agronomica, così come il valore storico e culturale che li contraddistingue, sono ampiamente riconosciuti dalle Nazioni Unite e protetti con iniziative come i siti Patrimonio dell’Umanità Unesco e Patrimonio Agricolo della Fao. 

La minaccia interessa soprattutto le coltivazioni in quota di altissima “specializzazione” praticate da secoli in Etiopia, in Messico, in Cina, ma anche in Italia. 

Tra gli esempi si possono citare le aree terrazzate Honghe Hani nella provincia cinese dello Yunnan, gestite dalle minoranze Hani da oltre 1.300 anni e in grado di produrre 48 varietà di riso.

Danno vita ad un habitat ideale anche per l’allevamento di bovini, anatre e pesci, in un’ottica di economia circolare. 

Parlando dell’Italia non va dimenticata la viticoltura “eroica” praticata sulle colline del Prosecco e del Soave,

  sui terreni terrazzati del Trentino Alto Adige, della Valle d’Aosta, della Valtellina, della Liguria (Cinque Terre ) e sulle isole minori: dalle Eolie a Pantelleria. 

La nostra ricerca – ha sottolineato Tarolli – dimostra che le aree agricole in forte pendenza, spesso caratterizzate da un’alta specializzazione nella gestione dell’acqua derivante da antichi saperi tradizionali, saranno quelle maggiormente minacciate dal cambiamento climatico, soprattutto dalla siccità. Si può fare qualcosa? 

Secondo Tarolli, data l’urgente necessità di garantire una produzione alimentare sostenibile e per tutti, i governi e le istituzioni dovrebbero investire di più nell’identificazione e mitigazione degli effetti del cambiamento climatico in agricoltura.

  “In particolare il nostro studio evidenzia la necessità di azioni atte a migliorare, specie per i paesaggi agricoli collinari e montani, la resilienza al cambiamento climatico previsto nei prossimi decenni, al fine di preservare il loro ruolo nella produzione alimentare, reddito, valore storico e culturale”.

Ripensare la gestione del vigneto con nuove tecniche colturali

Anche le Nazioni Unite hanno lanciato un grido d’allarme attraverso l’Intergovernmental Panel for Climate Change, l’organismo dell’Onu che studia i cambiamenti climatici.

L’entità degli effetti del surriscaldamento del Pianeta sono maggiori di quanto stimato nelle valutazioni precedenti, già alquanto preoccupanti. 

Un quadro in cui il cambiamento climatico e la qualità delle uva appaiono sempre meno compatibili, 

perciò diventa indispensabile trovare nuove interpretazioni delle tecniche colturali che consentano di gestire gli effetti del Climate Change e di farne, al contempo,

  un’occasione per rinnovare gli schemi produttivi preservando la qualità del vino in un contesto nuovo.

  C’è bisogno, in sostanza, di un “Giro di vite”, 

per dirla con lo slogan lanciato dall’Associazioe Donne del Vino.

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